Il dietro le quinte dei miei romanzi

Scrittura, personaggi e ossessioni letterarie.

Estrato di Rain With You

Dopo tutti quei mesi di silenzi, di lettere sbagliate, di rabbia, di menzogne, di notti passate a immaginarla in un’altra città, in un’altra vita, in un altro letto.

L’avrei rivista.

Non sapevo con quale faccia mi avrebbe guardato.

Non sapevo se mi avrebbe lasciato parlare.

Non sapevo se mi avrebbe odiato abbastanza da chiudermi la porta in faccia.

Ma l’avrei rivista.

Il palazzo in cui abitava non aveva niente di lussuoso. Un edificio discreto, anonimo il giusto da sembrare una tana perfetta per chi voleva sparire senza davvero finire ai margini del mondo. Quando l’auto si fermò davanti all’ingresso, rimasi seduto qualche secondo di troppo.

Il cuore batteva così forte che mi sembrava di averlo in gola.

Pagai il conducente, scesi e alzai lo sguardo verso le finestre del palazzo.

Da qualche parte lì dentro c’era lei.

Rain.

A New York.

A pochi metri da me.

Reale come non era stata da sei mesi.

Entrai.

L’atrio sapeva di detergente, vecchi termosifoni e pioggia asciugata troppo in fretta sui pavimenti. C’era un silenzio quasi normale, interrotto soltanto dal ronzio delle luci al neon e dal suono lontano di una televisione accesa da qualche appartamento ai piani alti.

Quando premetti il pulsante dell’ascensore, mi accorsi che le mani mi tremavano.

Non forte, ma abbastanza da tradirmi.

Abbastanza da farmi capire quanto cazzo stessi rischiando.

Le porte dell’ascensore si aprirono con un suono metallico ed entrai dentro. Lo specchio sul fondo mi restituì l’immagine di un uomo che provava disperatamente a sembrare intero mentre, in realtà, stava tenendo insieme i pezzi con i denti.

Premetti il piano.

Le porte si richiusero.

E in quello spazio stretto, freddo, quasi senz’aria, sentii tutto.

Il sangue nelle tempie.

Il respiro che si faceva corto.

La mente che correva avanti, troppo avanti.

Come mi avrebbe guardato?

Con rabbia?

Con dolore?

Con sollievo?

O peggio.

Con indifferenza.

L’ascensore si fermò.

Il ding secco delle porte che si aprivano mi attraversò il petto come un colpo.

Il corridoio era lungo, stretto, rivestito di moquette scura e illuminato da lampade discrete che rendevano tutto più silenzioso, più sospeso, quasi irreale. Mi incamminai verso il suo appartamento con il cuore che batteva così forte da farmi male alle costole.

Ogni passo sembrava amplificato.

Ogni metro mi strappava qualcosa da dentro.

Il numero della porta arrivò troppo in fretta e troppo lentamente insieme.

Mi fermai davanti a lei.

Le mani tremavano.

Il respiro era un groviglio di spine che mi graffiava la gola.

Tutto il viaggio, tutta la rabbia, tutta la speranza mi si fermò addosso in quell’istante preciso, come se il tempo avesse deciso di smettere di scorrere proprio lì, davanti alla porta dietro la quale c’era la donna che aveva continuato a vivere sotto la mia pelle anche quando aveva provato a strapparmisi via.

Sollevai la mano.

Bussai due volte e aspettai.

Un secondo.

Poi un altro.

La porta si aprì.

E le parole mi rimasero lì, sospese tra le labbra.

Davanti a me non c’era Rain.

C’era un ragazzo a petto nudo.

Capelli rasati.

Una miriade di tatuaggi addosso.

Le spalle larghe, il corpo rilassato di uno che si sente nel posto giusto.

Mi fissò con un’espressione a metà tra il distratto e il curioso.

«Posso aiutarti?»

La voce mi arrivò lontana.

Per un attimo non sentii altro che il sangue ruggirmi nelle orecchie.

«Io…» La parola mi si spezzò in bocca. «Io credo di aver sbagliato appartamento.»

Poi dissi il suo nome.

Per forza.

Come se avessi ancora bisogno di sperare.

«Rain non abita qui?»

Lo domandai con la speranza disperata che mi rispondesse di no.

Che dicesse: ti sei confuso.

Che dicesse: hai sbagliato piano.

Che dicesse qualsiasi cosa capace di non farmi sentire il pavimento crollarmi sotto i piedi.

Invece lui annuì appena.

«Sì. È sotto la doccia.» Fece una pausa. «E tu chi saresti?»

La mascella mi si serrò a tal punto che sentii i denti digrignare.

In quell’istante avrei potuto entrare lì dentro e radere al suolo tutto.

Lui.

L’appartamento.

La cazzo di città intera.

Ma non mossi un muscolo.

«Nessuno,» risposi, con una voce che non riconobbi nemmeno io. «Davvero nessuno.»

Gli voltai le spalle.

Me ne andai prima di fare qualcosa che non avrei più potuto disfarmi addosso.

Prima di sentire la sua voce chiamarla.

Prima di vedere lei comparire sulla soglia avvolta dall’umidità della doccia e capire con i miei occhi quello che ormai mi si era già piantato nel petto come una lama.

Mi aveva dimenticato.

Prossima pubblicazione...

Non tutti gli amori nascono per guarire.
Alcuni nascono nel sangue.

Hades Crowford non salva.
Hades prende.
E Lux è l’unica cosa che non avrebbe mai dovuto desiderare.

 

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